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Ammetto che oggi non e’ certo la mia giornata migliore. Per fortuna sono stato invitato al premio Nonino. Sono quei momenti che ti permettono di essere orgoglioso di essere italiano.
Un’organizzazione perfetta, una famiglia di imprenditori italiani che si e’ esibita superbamente, al di là della capacita’ di fare mero business (anche se tutto in fondo è business, baby). Ospiti interessanti, premi concessi non banalmente, la giornata che scorre piacevolmente parlando con Corona (lo scrittore, non lo pseudo paparazzo) con Maurensig e con altre grandi voci della letteratura italiana. La famiglia Nonino e’ riuscita nell’impresa di rendere una premiazione mai noiosa, di amalgamare persone diverse dietro l’unica connotazione della passione, una passione che guida e che vorrebbe farsi guida di un risorgimento italiano. Fin qui le buone notizie, ma quando esco e prendo il treno che da Udine mi deve riportate a casa, lo spettro dell’italiano medio riaffiora. Il treno, un classico regionale,  è abbastanza vecchio e abbastanza sporco, ma va be’ ci siamo abituati.

La stazione di cambio Venezia Mestre non ha a disposizione dei viaggiatori con valigie che bagni chimici non illuminati, dove oltre che a provare a entrare con la valigia devi tenere la porta aperta con una spalla e cercare di centrare il water con gesti da contorsionista, ma va be’ ci siamo abituati.

Di una sala d’aspetto, che non puzzi come una latrina delle guerra d’Africa, nemmeno l’ombra, ma va be’ ci siamo abituati.

Per tutto questo alla fine pago quasi 100 euro (per una prima classe in cui la differenza e’ fatta da un salatino e un bicchiere di coca, ma su Alitalia il giorno prima ho visto di peggio: ‘che cosa ha di freddo’ chiedo io alla hostess, ‘acqua gassata o naturale’ risponde lei) ma va be’ ci siamo abituati.

Arrivo celermente a Firenze, ma tutta la tecnologia che mi ha permesso questa velocità va a sbattere contro le coincidenze inestinti, perché vivo in una città che parla di metropolitana di superficie da decenni ma si limita a parlarne e dopo le nove di sera ci sono solo due treni che per fare 30km ci mettono più di mezz’ora. Ma va be’ ci siamo abituati.
E’ freddo, sono i giorni della merla, e allora penso di far valere la mia bella carta oro delle ferrovie, e attendere questi 40 minuti, al caldo nella sala riservata a noi titolari: ma naturalmente e’ chiusa! E allora resto in prossimità per vedere su quale binario arriverà il mio treno, mentre la polizia mi guarda con sospetto. Ma va be’ ci siamo abituati
Il problema forse e’ proprio questo che ci siamo abituati, ma ogni tanto mi piacerebbe poter dire basta oggi mi sono rotto!

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Foto: Antipasto del premio Nonino

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