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Quando fu editato  “I miei primi quarant’anni”, nell’ormai remoto  1984 avevo 13 anni, il mondo era tutto un prorompere di ormoni, di Ciocorì, di Camillini ed anche delle prime Ceres bevute di nascosto la sera con gli amici. Quarant’anni parevano un traguardo inconseguibile, un sinonimo di senilità e decadenza, dopo quel confine immaginario ti saresti sentito come l’impero alla fine della decadenza,che guarda passare i grandi barbari bianchi componendo acrostici indolenti dove danza il languore del sole in uno stile d’oro (mi sa che sono già avanti con il bere)

Ma poi i temuti anta alla fine sopraggiungono (se sei fortunato) e mi sono reso conto che forse i barbari c’erano già da prima, presidiavano la mia esistenza con merendine di mendace cioccolato, con inverosimili creme racchiuse da due biscotti guarniti con vignette comiche e soprattutto con birre industriali piatte e uniformate, dove la differenza percepita da me era solo tra la spina e le doppio malto, mitica sigla sinonimico adolescenziale di peculiarità, ma in verità significante vuoto di significato. Quei barbari mi  hanno segnato, certo con un tratto serotino, impalpabile, ma la mia passione per la  birra rampolla da quelle degustazioni ante litteram, dove senza criterio alcuno vuotavo gli scaffali della Coop, in cerca dei nomi più astrusi: Biere du Demon, Adelscott,  Delirium Tremens, Biere du desert, ma dove scoprivo anche piccole perle come Leffe e Bonne Esperance, piccoli patrimoni che centellinavo senza parsimonia, attaccato il gargarozzo al collo della bottiglia, con i lieviti che defluivano freneticamente in me (i’ve got a yest in me!).

Adesso di birre ne ho bevute e degustate molte di più, e certamente di migliori (ma nonostante tutto ancora ben poco ci capisco) mi sto chiedendo quali birre berrò per i miei ormai prossimi quarant’anni e che cosa ci vorrei mangiare assieme.

Partirei dalla birra che mi ha fatto conoscere la scena birraria artigianale italiana: la Keto Reale del Birrificio del Borgo, forse non è la partenza migliore che si può fare (9° e sapori decisi!), ma vi ho detto prima che non mi sento un esperto e poi voglio andare solo dove mi porta la memoria, perché devo celebrare qualcosa e non fare la degustazione perfetta (che non esiste). E quindi vai con il pane liquido nel  bicchiere (non bevo più alla bottiglia, ma forse, ogni tanto …) dove il segno del pepe e la reminiscenza della crosta di pane si fondono in un affumicato allettante, la nota alcolica è evidente ma la bevibilità non  ne risente. La vorrei bere con qualcosa di irraggiungibile: i bocconcini di fritto di coniglio che mi propinavano a tradimento, poiché io non volevo sfamarmi con quegli animaletti orecchiuti che mia nonna allevava nelle gabbie in uno stanzino infondo all’aia (non aveva nemmeno lei l’ardire di ucciderli tanto che chiamava il beccaio al suo posto). Ma il carattere di quel fritto io non l’ho più ritrovato, c’era l’essenza della carne tesa,  dell’erba di campo, dell’olio buono e di anni che sono divenuti incantevoli poiché ormai sussistono soltanto nel ricordo.

Come seconda birra stapperei una Wayans: cinque cereali e tante spezie per una saison di facile bevibiltà ma non certo piatta.  Note fruttate e agrumate: camomilla, pepe, lavanda e uno spruzzo di coriandolo. La speziatura non è invadente e mi richiama alla mente un altro cibo feticcio, il sushi gustato per la prima volta all’Hilton di Honk Kong: il sapore del pesce crudo, il riso bagnato nell’aceto, l’intensità della salsa di rafano assieme al luppolo ricco di sapidità e alla dolcezza del frumento mi procurerebbero un’estasi sensoriale.

Come terza dovrei scegliere una birra che si accompagni con quello che per me non è più un dolce, ma un idolo, una divinità: la sacher torte nella versione originale Hotel Sacher (la spediscono a casa!). Molte delle mie cervogie preferite ben si abbinano a questa delizia, mi vengono in mente la Imperial stout di Maltus Faber, la Bk di Olmaia, la Due cilindri del Birrificio del Forte viennese (ho soggiornato a lungo in fumosi pub, mangiando panini, giocando a freccette e godendomi il cremoso cappuccino alcolico irlandese che prende il nome di Guinnes), ma se proprio voglio gioire in stile Nanni Moretti (do you remember Bianca?) andrei alla ricerca di una scozzese come la Paradox Isle of Arran di Brew dog: Vaniglia cannella, zenzero, caramello, frutta secca mescolati velocemente a formare una birra suadente, quasi cremosa, che va a giocare con l’albicocca mentre stringe l’occhiolino al cioccolato.

Per ultima andrei con una birra che ancora non a nome  (a meno che non glielo abbiano dato in questi giorni!) prodotta da Toccalmatto e affinata nelle botti di Caol Ila. Burley wine straordinaria da fine pasto, da gustare in solitaria o per chi gradisce con un sigaro o una bella pipa carica di tabacco inglese. Note torbate avvolgenti, ricca, piena, calda da assaporare prima o durante  una notte “infuocata”, magari direttamente dall’ombelico della tua “Lei” (o “Lui” secondo i gusti).

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